Il TFA, o acido trifluoroacetico, è uno dei PFAS più diffusi e persistenti nel ciclo dell’acqua. Le dimensioni molecolari estremamente ridotte, l’elevata solubilità e la capacità di attraversare facilmente suolo e falde ne fanno un contaminante particolarmente complesso da intercettare e trattare.
Per l’industria, la presenza di TFA e PFAS nell’acqua non rappresenta soltanto una questione ambientale. Può interessare la qualità dell’acqua di processo, le materie prime, gli standard richiesti alla produzione e, in determinati settori, gli obblighi relativi all’acqua destinata al consumo umano.
Grundfos Water Treatment affronta il tema dei contaminanti emergenti con tecnologie di trattamento selezionate in funzione della composizione effettiva dell’acqua.
Cos’è il TFA e perché è un PFAS difficile da trattare
Il TFA appartiene alla grande famiglia delle sostanze per- e polifluoroalchiliche. Nell’ambiente acquatico è presente prevalentemente sotto forma di ione trifluoroacetato e può derivare sia da impieghi diretti sia dalla degradazione di altre sostanze fluorurate.
Tra i possibili precursori rientrano composti utilizzati in prodotti fitosanitari, refrigeranti, farmaci, biocidi e altri processi industriali. Alcune sostanze fluorurate rilasciate in atmosfera possono inoltre degradarsi e generare TFA, che raggiunge successivamente il ciclo idrico attraverso le precipitazioni.
La criticità principale di questo PFAS deriva dal suo comportamento nell’ambiente. Il TFA, infatti:
- è estremamente persistente e non viene degradato facilmente;
- è altamente mobile e rimane prevalentemente disciolto nell’acqua;
- si lega poco a terreno, sedimenti e particelle;
- può raggiungere acque superficiali e sotterranee;
- non viene eliminato in modo significativo dai trattamenti convenzionali;
- ha un’elevata tossicità a lungo termine per l’organismo.
Queste caratteristiche spiegano perché la prevenzione del TFA dagli ingressi nel ciclo dell’acqua assuma un valore strategico, soprattutto per le attività industriali che utilizzano o generano sostanze fluorurate.
TFA e PFAS quali sono i rischi per la salute?
Negli ultimi anni l’attenzione verso i possibili effetti sulla salute degli PFAS e, in particolar modo, del TFA è aumentata sensibilmente, tanto che nel giugno 2026 il Comitato per la valutazione dei rischi (RAC) dell’ECHA ha adottato un parere nell’ambito della procedura per la sua classificazione armonizzata come sostanza tossica per la riproduzione di categoria 1B.
Tra gli aspetti oggi maggiormente considerati rientrano:
- Tossicità riproduttiva: per il TFA è stata proposta la classificazione Repr. 1B, H360Df, relativa al rischio di danni allo sviluppo del feto e a possibili effetti sulla fertilità.
- Possibili effetti endocrini e metabolici: gli studi tossicologici sugli animali hanno evidenziato variazioni di alcuni parametri ormonali, comprese alterazioni associate alla tiroide. Questi risultati contribuiscono alla valutazione complessiva del profilo tossicologico del composto.
Al fronte di queste evidenze, la normativa sui PFAS è diventata sempre più stringente.
PFAS e TFA: quali limiti interessano le aziende?
Il quadro normativo sui PFAS nell’acqua è diventato negli ultimi anni molto più rigoroso e, per le aziende, richiede una lettura attenta dei diversi parametri applicabili.
La Direttiva (UE) 2020/2184 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano ha, infatti, introdotto due valori limite di riferimento:
- 0,10 μg/L per la “Somma di PFAS”, relativa a un gruppo definito di 20 sostanze;
- 0,50 μg/L per “PFAS totale”, riferito alla totalità delle sostanze per- e polifluoroalchiliche secondo i criteri previsti dalla direttiva.
Inoltre, in Italia, il quadro è stato ulteriormente aggiornato con il D.Lgs. 102/2025, che ha introdotto un valore specifico per il TFA pari a 10 μg/L nell’acqua destinata al consumo umano.
Il nuovo valore dedicato al TFA è particolarmente significativo perché riconosce la specificità di questo PFAS ultracorto, che non rientra semplicemente nella logica dei PFAS più noti in quanto maggiormente persistente nell’ambiente.
A questo si aggiunge l’aggiornamento dell’EFSA del luglio 2026, che ha ridotto la dose giornaliera ammissibile del TFA a 0,014 mg/kg di peso corporeo al giorno, confermando una crescente attenzione scientifica e regolatoria verso questa sostanza.
Per le industrie, questo significa che il monitoraggio del TFA non dovrebbe essere considerato soltanto un adempimento futuro, ma uno strumento utile per conoscere la qualità dell’acqua in ingresso e in uscita, individuare eventuali criticità e valutare per tempo la necessità di un trattamento specifico.
Come prevenire la presenza di TFA nell’acqua industriale
Poiché il TFA è particolarmente difficile da rimuovere con i trattamenti convenzionali, la strategia più efficace parte dalla prevenzione e dal controllo delle possibili fonti di contaminazione.
Per le aziende, il primo passo è conoscere con precisione la qualità dell’acqua utilizzata nel processo. Un monitoraggio mirato consente di individuare quali PFAS siano presenti, in quali concentrazioni e con quale andamento nel tempo, distinguendo inoltre un’eventuale contaminazione della fonte di approvvigionamento da quella generata all’interno del ciclo produttivo.
Parallelamente, assume un ruolo centrale la prevenzione alla fonte: dove il processo lo consente, ridurre l’impiego o favorire la sostituzione di sostanze fluorurate che possono generare TFA permette di limitarne il rilascio prima che raggiunga acque reflue, corpi idrici o falde.
Come rimuovere il TFA dall’acqua industriale
Come accennato precedentemente, il TFA essendo un PFAS a catena ultracorta, ovvero composto da soli due atomi di carbonio, è estremamente mobile, altamente solubile in acqua e sfugge ai normali trattamenti di filtrazione a carbone attivo e ai depuratori tradizionali.
Infatti, mentre il carbone attivo granulare funziona bene per i PFAS a catena più lunga (come PFOA e PFOS), mostra una forte inefficacia o una capacità di ritenzione quasi nulla nei confronti del TFA.
Tra le poche tecnologie capaci di ridurre la quantità di TFA dall’acqua vi è l’osmosi inversa, la cui efficacia, tuttavia, deve comunque essere valutata in relazione alla matrice idrica, alle condizioni operative e agli obiettivi di trattamento.
La presenza di TFA rende infatti necessario progettare una linea di trattamento specifica, evitando soluzioni standard che possono risultare poco efficaci nei confronti di un composto così mobile. Il valore di Grundfos Water Treatment risiede proprio nella capacità di sviluppare soluzioni di trattamento personalizzate, calibrate sulle caratteristiche effettive dell’acqua da trattare e sugli obiettivi specifici del processo industriale.
Contatta Grundfos Water Treatment per analizzare le caratteristiche della tua acqua e sviluppare una strategia di trattamento dell’acqua dedicata a PFAS, TFA e contaminanti emergenti.