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Trattamento PFAS nell’acqua: come mettere a norma gli impianti industriali

pfas-acqua

Il trattamento dei PFAS nell’acqua assume oggi un rilievo ancora più strategico rispetto al passato. 

Infatti, a partire dal 13 luglio 2026, dopo la proroga semestrale prevista dalla Legge di Bilancio 2026, è divenuto obbligatorio il controllo del parametro nazionale relativo alla somma di 4 PFAS prioritari

Si completa così l’applicazione del quadro definito dal D.Lgs. 18/2023, con cui l’Italia ha recepito la Drinking Water Directive – DWD (Direttiva UE 2020/2184), e successivamente integrato e corretto dal D.Lgs. 102/2025.

Per le acque destinate al consumo umano, il limite italiano è ora pari a 0,02 µg/L, ossia 20 nanogrammi per litro, per la somma di PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. Resta inoltre fissato a 0,10 µg/L il valore per la somma di PFAS, riferito all’elenco più esteso di sostanze individuate dalla normativa.

Per le imprese, la conformità a questo quadro normativo non può essere trascurata e a dimostrarlo è stata la sentenza pronunciata il 26 giugno 2025 dalla Corte d’Assise di Vicenza sul caso PFAS dell’ex stabilimento Miteni di Trissino, che ha segnato un passaggio storico. 

Undici condanne su quindici imputati, per 141 anni di reclusione complessivi, in relazione a reati comprendenti avvelenamento delle acque, disastro e inquinamento ambientale. I risarcimenti riconosciuti alle parti civili hanno raggiunto circa 75 milioni di euro

Dunque, all’interno di uno stabilimento industriale, la qualità delle acque immesse nell’ambiente è un requisito normativo da non sottovalutare, che può influire in modo preponderante sulla stabilità aziendale.

In questa prospettiva opera Grundfos Water Treatment, con soluzioni progettate per ridurre in modo significativo la concentrazione dei PFAS nelle acque industriali attraverso sistemi di trattamento integrati e calibrati sulle caratteristiche specifiche del refluo. 

Che cosa sono i PFAS?

PFAS è l’acronimo di per- and polyfluoroalkyl substances, in italiano sostanze per- e polifluoroalchiliche. Nati a partire dagli anni Quaranta come composti chimici di sintesi, comprendono migliaia di sostanze differenti, storicamente quantificate in oltre 4.000 molecole e oggi ricondotte, secondo definizioni e registri diversi, a un perimetro ancora più ampio.

Il loro valore industriale deriva da proprietà particolarmente performanti: resistenza all’acqua, agli oli, ai grassi, alle alte temperature e alle aggressioni chimiche. Le stesse caratteristiche che li rendono preziosi nei cicli produttivi determinano, tuttavia, la loro criticità ambientale

Il legame chimico tra carbonio e fluoro di cui queste sostanze sono composte è tra i più stabili della chimica organica e rende molti PFAS estremamente resistenti ai normali processi di degradazione. Da qui la definizione di forever chemicals, gli “inquinanti eterni”.

Il loro impiego interessa una gamma molto estesa di prodotti e lavorazioni. Sono stati utilizzati in imballaggi alimentari, rivestimenti antiaderenti, carta forno, filo interdentale, farmaci, dispositivi medici e cosmetici; nei trattamenti di tessuti, capi di abbigliamento, pellami e materiali d’arredamento; nell’industria galvanica e, in particolare, nei processi di cromatura.

A questi ambiti si aggiungono l’elettronica e la produzione di semiconduttori, le scioline, i gas refrigeranti, l’estrazione di combustibili fossili, l’industria della gomma e della plastica, le cartiere, i lubrificanti, i trattamenti anticorrosione, le vernici, i detergenti professionali e le schiume antincendio.

LEGGI ANCHE: Trattamento dell’acqua potabile per i processi industriali 

Come arrivano nell’acqua i PFAS e perché sono pericolosi? 

La contaminazione delle acque da parte degli PFAS è spesso associata agli scarichi di stabilimenti che producono, trasformano o impiegano tali sostanze. Una volta rilasciati, alcuni PFAS possono migrare attraverso il suolo o le acque superficiali, e raggiungere le falde e i fiumi, diffondendosi anche a grande distanza dalla sorgente originaria. 

La pericolosità di questi composti riguarda sia l’ambiente, in quanto la degradazione autonoma degli PFAS in natura è pressoché impossibile, ma anche la salute umana. 

L’IARC ha, infatti, ha classificato i PFOS, sostanze appartenenti alla famiglia degli PFAS, come cancerogeni per l’uomo, in particolare come fattore di rischio per il carcinoma renale e il tumore del testicolo

Studi disponibili associano inoltre l’esposizione ad alcuni PFAS ad alterazioni del sistema immunitario e della risposta vaccinale, aumento del colesterolo, interferenze ormonali, effetti epatici e tiroidei, riduzione della fertilità e possibili conseguenze sulla gravidanza e sullo sviluppo fetale. La portata degli effetti varia in funzione della sostanza, della dose e della durata dell’esposizione.

Trattamento e rimozione dei PFAS nelle acque reflue industriali

Per le acque reflue industriali non esiste un unico valore nazionale sulla quantità di PFAS accettata applicabile indistintamente a ogni stabilimento. I limiti e le prescrizioni possono dipendere dall’autorizzazione allo scarico, dall’AIA o dall’AUA, dalla normativa regionale, dal settore produttivo e dal recapito finale, distinguendo tra fognatura, corpo idrico superficiale e altre destinazioni ammesse.

L’assenza di una soglia uniforme non riduce, però, la responsabilità dell’operatore. In presenza di sostanze tanto persistenti, una strategia prudenziale deve puntare alla massima riduzione tecnicamente conseguibile

Tenendo sempre a mente che scarichi non controllati, omissioni gestionali o fenomeni di contaminazione protratti possono aprire scenari amministrativi, civili e, nei casi più gravi, penali.

Trattare l’acqua contaminata prima dello scarico significa interrompere il progressivo accumulo dei PFAS nel ciclo idrico, proteggere l’autorizzazione all’esercizio, ridurre l’esposizione reputazionale e costruire una gestione documentabile del rischio.

Per il trattamento delle acque contenenti PFAS non esiste, tuttavia, una tecnologia universale. Questa dipende in larga misura dalla qualità dell’acqua in ingresso. 

Tra le tecnologie di trattamento, spesso combinate tra loro,  maggiormente impiegate rientrano il carbone attivo granulare, le resine a scambio ionico, la nanofiltrazione e l’osmosi inversa. 

Carbone attivo granulare – GAC

Il carbone attivo granulare trattiene i PFAS mediante adsorbimento sulla propria superficie porosa. È una tecnologia consolidata, in grado di ridurre le concentrazioni fino all’ordine dei nanogrammi per litro e particolarmente efficace sui PFAS a catena lunga.

Tuttavia, il GAC non è selettivo: una presenza elevata di materia organica può occupare i siti di adsorbimento, accelerando la saturazione del letto e aumentando la frequenza delle sostituzioni.

Resine a scambio ionico – IX

Le resine anioniche presentano capacità di adsorbimento elevate e cinetiche spesso più rapide rispetto al carbone attivo. Possono risultare particolarmente efficaci per i PFAS anionici e a catena lunga, consentendo il raggiungimento di concentrazioni molto basse.

L’efficienza può però ridursi in acque con elevati solidi disciolti totali, forte carico organico o abbondanza di specie ioniche concorrenti. 

Nanofiltrazione e osmosi inversa

Nanofiltrazione e osmosi inversa sono efficaci sia sui PFAS a catena lunga sia su numerosi composti a catena corta e possono trattare matrici molto differenti, raggiungendo elevate percentuali di separazione.

L’osmosi inversa offre una barriera particolarmente selettiva, ma richiede un pretrattamento adeguato per limitare fouling, precipitazioni e incrostazioni. La criticità principale riguarda il concentrato: la membrana separa i PFAS dall’acqua, ma non li distrugge. La salamoia deve quindi essere minimizzata attraverso elevati recuperi, stabilizzata e destinata a una filiera autorizzata. 

Grundfos W.T. sviluppa soluzioni per il trattamento e, quando possibile, il riutilizzo delle acque reflue industriali, con un approccio progettuale che consente di perseguire scarichi conformi, recupero della risorsa e continuità produttiva senza ricorrere a configurazioni standardizzate.

Ogni contaminazione presenta una firma chimica specifica e richiede una risposta altrettanto precisa. Affidarsi a Grundfos W.T. significa accedere a una progettazione costruita sul profilo reale dell’acqua, sugli obiettivi autorizzativi e sulle priorità operative dello stabilimento. 

Contatta Grundfos Water Treatment per definire un sistema di trattamento PFAS esclusivo, affidabile e calibrato sulle esigenze dell’azienda, trasformando la conformità normativa in una scelta di eccellenza industriale.

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